La Citta'
Gela antica
Acuni cenni su Gela
Note sulla città
Cose di un tempo
Figli illustri
I nostri eroi
Salvatore Aldisio
Agricoltura
Artigianato
Industria
Pesca
Biviere
Museo
Museo Foto
Cartoline 1
Cartoline 2
Cartoline 3
Cartoline 4
Cartonile 5
Cartoline 6
Cartoline 7
Cartoline8
Vicoli
Pomidoro secchi
Terapie
Usi e costumi
Da Wikipedia
 

Figli illustri

 

Salvatore Aldisio

vai a foto...
 
Il monumento di Salvatore Aldisio in Piazza Municipio
 
 

PROFILO DI SALVATORE ALDISIO

Il 29 dicembre 1890 Gela ebbe alla luce uno sei suoi figli più importanti, Salvatore Aldisio. Appartenne ad una famiglia borghese e di sani principi.
“Donna Agatina Aldisio nata Trevigne era una donna alla buona credente in Dio e devota alla Madonna. Alta, esile e semplice, ha sempre indossato i panni popolani ha cui si sentiva di appartenere e come tale soffrì gli stenti e le umiliazioni che erano comuni al proletariato, è stata vittima dell’egoismo delle classi padronali. Don Gaetano Aldisio veniva da una famiglia cospicua per censo ed anche per benemerenze civiche e patriottiche. Egli era un illuminista, liberale ma non anticlericale con una forte attrazione all’indipendenza individuale. Totò ereditò questi principi fusi dai genitori. Fu infatti il padre ad invogliarlo ad ascoltare, ancora giovinetto, le prediche che Don Sturzo stava tenendo alla Chiesa Madre, e le parole che Totò senti in quella occasione gli penetrarono nell’animo e ne tracciarono un’influenza incancellabile per tutta la vita. Tanta fu la  fiducia che Don Gaetano nutriva nell’avvenire del figlio che tra l’altro aveva come parenti Mario Aldisio Sammito e il Cav. Giuseppe Aldisio Fischietti..
Il primo fu un tenace patriota terranovese che alla metà dell’ottocento intuì la trasformazione politica e morale della storia entrando nell’attività della cospirazione assieme a Mazzini con cui ebbe una intensa corrispondenza epistolare, soffrendo, da parte dei borboni, persecuzioni, confische ed esili. Il secondo fu prima un abile amministratore comunale e poi deputato provinciale.
Salvatore Aldisio, quindicenne,  nel 1905 memore delle parole di Don Sturzo non si lasciò scappare l’occasione di partecipare ad una riunione che Don Sturzo tenne a Niscemi per definire il programma elettorale di quei tempi, alla riunione parteciparono tulle le forze cattoliche di Gela e del suo circondario. Fu proprio in questa occasione che Aldisio ebbe il coraggio di prendere la parola facendo innamorare di se Don Sturzo tanto da fargli dire “L’uomo, al quale ho eretto un piedistallo nel mio cuore è sceso in me”. Da quel giorno la vita politica dei due fu improntata da una grande stima ed amicizia.
Frequentò il Convento degli Agostiniani, retto da Padre Tasconi e anche l’Oratorio dei Salesiani. L’esperienza della presenza salesiana fu notevolmente importante nella sua vita in quanto proprio qui assorbì le prime idee cattoliche.
Nel 1906, sorse a Gela, il “Circolo Culturale Giovanile Cristiano”, i giovani migliori venivano invitati ad aderirvi e Aldisio fu tra questi assumendo in seguito la carica di Presidente. “Questo circolo, più che seguace di Murri, a cui si deve la formazione di una classe rurale cooperativa, sognava una maggiore giustizia sociale per il territorio.
Una delle lotte intraprese da lui all’interno del circolo fu la lotta contro la massoneria, cercando di dimostrare che anche i cattolici erano italiani, auspicando l’autonomia della Chiesa e dello Stato in un clima di concordia e fratellanza.
Frequentò i corsi di studi ginnasiali e liceali e ad essi attese con serietà ed impegno: si appassionò agli studi di storia, di filosofia, e, in particolar modo, agli studi di economia e sociologia. Incominciò a leggere autori come Labriola, Salvemini, La Loggia e Sturzo, i cui argomenti principali riguardavano la questione meridionale, e a criticare le nuove ideologie politiche..
Appena ginnasiale, era già ansioso di fare qualcosa di concreto  e realizzabile come combattere l’usura, il grosso gabellotto, ogni forma di parassitismo sociale. Così fece sorgere una cassa rurale destinata a debellare il piccolo credito ai contadini, ad eliminare il gabellotto intermediario, con le affittanze collettive realizzate in forma di cooperative e a creare infine la piccola proprietà.
Dal 1911 al 1921 furono dieci anni durante i quali il giovane gelese alternò impegni militari e impegni di partecipazione politica, infatti a ventanni partecipò alla guerra libica facendosi apprezzare per le sue doti di intelligenza,  saggezza e dirittura morale, e, grazie a queste virtù diviene ufficiale di Fanteria. In questo ambito ebbe a dire sui prigionieri “no, i prigionieri non sono un numero, hanno perduto le armi, ma non la dignità umana, non possono dunque essere trattati come delle merci”.
Nel 1916 partecipò alla prima guerra mondiale, come capitano, sul Carso stando sempre vicino ai suoi soldati.
Dopo la guerra tornando alla vita civile si mise a promuovere citazioni contro il latifondismo, promovendo e incrementando casse rurali per porre fine all’ingordigia degli usurai. Il popolo si avvicinava e si stringeva a lui perché sentiva da vicino i problemi del suo paese e la testimonianza di questo affetto furono le elezioni vinte nel 1921. “Esse non furono il risultato del caso, ma frutto di una capillare organizzazione di casse rurali, cooperative e circoli che avevano dato ai cattolici la consapevolezza che insieme potevano fare qualcosa per il cambiamento del loro territorio”.
Aldisio pensò alla responsabilità che discendeva dal mandato a lui conferito con tanta fiducia dalla moltitudine dei suoi elettori. Nascono così i discorsi alla Camera, nascono anche proposte di legge in favore dello spezzettamento del latifondo, della costituzione delle casse rurali e dell’attuazione di quello che per lui non era uno slogan, ma una imprescindibile ragione di armonia nella vita sociale “la terra ai contadini”.
Con l’avvento del fascismo, Aldisio come gli altri deputati, non avendolo accettato passò un periodo di totale isolamento. Lasciò Roma e, con Luigi Sturzo in esilio, si rifugiò nelle sue terre e tra i suoi contadini
Con la fine della seconda guerra mondiale e con la caduta del fascismo, per Salvatore Aldisio si aprì la via dell’ascesa politica e dopo un lungo esilio decise di ritornare alla vita pubblica perché sentiva il dovere di contribuire alla ricostruzione della patria.
Dopo lo sbarco degli americani del 1943, la situazione in Sicilia, e soprattutto a Gela, non era delle migliori: paralizzata la sua vita economica, caotica l’amministrazione civile, deficiente l’approvvigionamento idrico, insufficiente l’erogazione della luce elettrica e miserabili le condizioni annonarie. Egli si rese conto della tragica situazione, allora, visse tra i suoi concittadini condividendo le loro ansie e le loro sofferenze. In seguito a questo fece in modo di attirare l’attenzione degli americani: “il popolo, egli  sosteneva, non è responsabile della guerra, ne è piuttosto la vittima innocente. Nei contatti frequenti che ha con le autorità alleate egli sollecita ed ottiene provvedimenti che valgono a risollevare il problema dell’alimentazione, della sanità e dell’igiene. Prefetto di Caltanissetta nel marzo 1944, è subito nominato ministro dell'Interno nel governo Badoglio a Salerno. Nell'agosto dello stesso anno è nominato Alto Commissario per la Sicilia e in tale veste agisce per lo svuotamento politico del fenomeno separatista e si impegna per l'affermazione dell'autonomia regionale.
Eletto alla Costituente nel 1946 è anche ministro della Marina Mercantile nel primo governo della Repubblica. Senatore di diritto nella prima legislatura, è eletto deputato nelle successive II, III e IV. Occupa ancora i ministeri dei Lavori pubblici, dell'Agricoltura e dell'Industria e commercio. E' anche presidente della Confederazione Cooperative Italiane.
Non può sfuggire tuttavia, che l’incarico implicante maggiori possibilità di incidere in Sicilia e di orientare le prime vere scelte ricostruttive per l’Isola fu quello di Alto Commissario. Infatti fu proprio grazie al forte impegno dell’Aldisio che il lavoro della Consulta pervenne, ben presto, all’elaborazione ed alla stesura di quello Statuto Speciale che, ancora oggi, è considerato come uno dei più completi e moderni strumenti di regolamentazione dell’autonomia regionale ed è anche tenuto in conto come un possibile modello per l’organizzazione dello Stato Federale. Esso, infatti, malgrado sia rimasto non applicato in alcuni punti e necessiti di qualche riforma, rappresenta la Magna Charta del regionalismo siciliano.
Aldisio svolse una parte fondamentale nella preparazione e nella stesura di questo documento, così come fu il diretto artefice dell’effettiva nascita del primo sviluppo dell’autonomia siciliana. A riconoscerlo fu Giuseppe Alessi, il primo presidente della Regione Siciliana il quale in un occasione ebbe ad affermare: “La realizzazione del sogno siciliano dell’autonomia regionale si deve a Salvatore Aldisio; la Sicilia sembra ignorarlo o dimenticarlo...... Spesso si parla di questo o di quell’altro padre dell’autonomia; il padre fu uno solo: Salvatore Aldisio”.
In quale modo fosse da intendere e con quale spirito fosse da realizzare l’autonomia regionale siciliana Aldisio lo fece esplicitamente capire quando si schierò contro la soppressione dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, una sorta di Corte Costituzionale, a cui era affidato il compito di giudicare sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’assemblea regionale e delle leggi e dei regolamenti emanati dallo Stato rispetto all’Ente Regione.
Con l’entrata in esercizio della Corte Costituzionale in campo nazionale il destino dell’Alta Corte per la Regione Siciliana fu segnato, ma Aldisio, fino all’ultimo, non si rassegnò e, il 19 dicembre del 1957, qualche giorno prima della soppressione dell’Istituto Siciliano, pronunciò un discorso alla Camera dei Deputati per dimostrarne la piena legittimità e per indicarne le ragioni storiche e politiche. Compì questo estremo atto con l’animo del federalista che avrebbe voluto mettere a riparo la sua regione dai sicuri attacchi del centralismo statale. Non vi riuscì, ma ancora una volta fu lui, l’aristocratico popolare di Gela, a rivendicare in Parlamento il sacrosanto diritto della Sicilia di disporre di un proprio organo di controllo costituzionale. Aldisio a Roma visse ed operò sempre con profondo senso di sicilianità.
Muore a Roma il 27 luglio 1964.

 

LE OPERE A GELA

Aldisio, durante il suo arco di vita fu molto vicino a Gela dove è ricordato e quasi venerato, soprattutto per quanti ebbero modo di conoscerlo. Moltissime sono le opere pubbliche che Egli volle e patrocinò. Nel dopoguerra, lo strumento che pianificò gli interventi dei lavori pubblici a Gela fu il Piano di Ricostruzione redatto dal prof. Valli di Roma con la collaborazione del Provveditorato delle opere pubbliche di Palermo. Il Piano di Ricostruzione di Gela fu approvato da Salvatore Aldisio, Ministro dei Lavori Pubblici, con decreto del dicembre 1951, e trovò immediata attuazione. Oltre alla concretizzazione del progetto della diga Disueri ed all’insediamento del Petrolchimico, Gela deve ad Aldisio la realizzazione del villaggio residenziale, che porta il suo nome, le prime fondamentali opere di urbanizzazione come l’acquedotto, la rete fognante, e le strade fra le quali il viale Mediterraneo, il corso Vittorio Emanuele ed il Lungomare. A Lui Gela deve anche la realizzazione di interventi strutturali, di servizi, di chiese, e di istituti scolastici. Ricordiamo, infatti, il porto rifugio, sorto nel sito del regio “Caricatore”, la ferrovia Gela-Caltagirone, il nuovo Palazzo di Città, la chiesa di San Giacomo Maggiore, la casa di riposo per anziani, intitolata alla consorte Antonietta, ed il grandioso Ospedale Circoscrizionale “Vittorio Emanuele”, attuale Azienda Ospedaliera. Tra i plessi scolastici ricordiamo, tra gli altri, quelli adibiti a sede del III Circolo didattico “Enrico Solito”, della Scuola media “Ettore Romagnoli”, del Liceo classico “Eschilo” e dell’istituto tecnico industriale “E. Morselli”.
Le ricerche archeologiche di Caposoprano che portarono al rinvenimento delle imponenti mura greche Timoleontee furono finanziate per Suo interessamento, così come il Museo Archeologico nazionale, oggi regionale.

INCARICHI E TITOTI

-Laureato in Giurisprudenza ed Agraria
-1906 Presidente del Circolo Giovanile Cattolico di Gela
-1909 Segretario del Consiglio Esecutivo dell’Unione Cattolica Siciliana (Presidente Don Luigi Sturzo) eletto dal V congresso dell’ Unione
-1912-1918 Combattente in Cirenaica e nella prima guerra mondiale, decorato Medaglia di Bronzo al Valor Militare, Tenente Colonnello di Fanteria
-1919 Fondatore ed organizzatore in Sicilia del Partito Popolare Italiano
-1920 Presidente della Organizzazione Cooperativa e Sindacale della provincia di Caltanissetta e successivamente della Sicilia
-1921 Eletto deputato al Parlamento, primo eletto nella lista del Ppi della Sicilia
-1943 Riorganizzatore del Partito Democratico Cristiano in Sicilia ed organizzatore del primo Convegno siciliano della D. C.
-Prefetto di Caltanissetta, Ministro dell’Interno a Salerno
-1944 Alto Commissario per la Sicilia
-1946 Eletto deputato della Costituente con 38.828 voti e nominato ministro della Marina Mercantile nel primo Governo De Gasperi della Repubblica Italiana
-Ministro dell’Interno ed Alto Commissario per l’Alimentazione ad interim durante il viaggio di De Gasperi in Usa
-1947 Presidente del Congresso Nazionale della D.C., Presidente della V Commissione doganale italo-francese; senatore di diritto nel primo Parlamento                    Repubblicano; vicepresidente del Senato; Presidente della Confederazione Cooperative Italiane; Presidente del Consiglio Superiore del Commercio interno; Membro della direzione Nazionale della D. C.
-1949 Capo della Missione Ufficiale di amicizia presso le repubbliche dell’America Latina dove firma trattati con nove Paesi
-1950 Ministro dei Lavori Pubblici
-1953 Eletto deputato al Parlamento con 159.075 voti di preferenza, secondo in Italia dopo De Gasperi, Componente della IX Commissione Agricoltura ed Alimentazione
-1954 Ministro per l’Industria e Commercio nel 1° Gabinetto Fanfani
-1958 Rieletto ancora deputato del Parlamento con 87.327 voti di preferenza, presidente della IX Commissione Lavori Pubblici e Ministro dei LL.PP. nella stessa legislatura


Fonte: Donatella Vecchio Verderame

 
Gela - Il villaggio che porta il suo nome

 

 

Testamento politico alla città

Già, con gli occhi della fantasia, io precedo i tempi, vedo finalmente il povero aggregato di case nel quale sono nato, e dove molto ho sofferto, faticato e lottato, insieme a tutti coloro che hanno cooperato per il suo rinnovamento, avviarsi a giorni veramente migliori, vedo il modesto comune della mia fanciullezza, con volto interamente  rinnovato, avviarsi all’antico splendore della gloriosa città mediterranea, Le cui immanes ruinae destarono una profonda emozione nell’animo di Cicerone. Vedo la nuova città, attiva e prospera, specchiarsi su quel mare che, dopo l’ultimo crudele conflitto, torna ad essere una pulsante arteria di traffici, e a ricordarsi, attraverso questa comunione di popoli nel lavoro, di essere stato acqua lustrale alla Religione che ha dato al mondo il dono delle più alte idealità umane.
Non mi pare senza significato e senza presagio, volgendo lo sguardo intorno al paesaggio reale che ci sta innanzi, il fatto che proprio in questi giorni tornano alla luce, dopo 25 secoli, numerosi e singolari monumenti, testimonianze ed auspici di grandezza.
Iddio illumini le nuove vie segnate alla Città: coloro che sapranno percorrerle con passo deciso e con l’animo sgombro da ogni meschino egoismo, la porteranno verso l’adempimento della giustizia sociale, che è nella legge di Dio e nell’ansia degli uomini.